Sotto il sole, contro il vento, in un giorno senza tempo
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Geografia e filosofia

Tempo di lettura: 19 minuti

“Geografia e filosofia. Materiali di lavoro”, libro di Marcello Tanca, 2012, FrancoAngeli, Milano

Questo libro ha collegato una serie di idee che avevo in testa da tanti anni, che consideravo un’accozzaglia di interessi distanti e scollegati fra loro, portandomi a intravedere la possibilità che mettere insieme questi elementi e studiarli congiuntamente, nelle loro relazioni reciproche, conduca a cogliere il senso di alcuni fenomeni umani e sociali che si realizzano sulla superficie terrestre.

Più esplicitamente, nelle mie scelte di studi ho desiderato occuparmi (e mi sono pseudo-occupata) di: lingue straniere, filosofia, architettura, giornalismo, ambiente, mare, isole, teologia, fisica, sociologia, geografia, fotografia (lista non esaustiva).

Mi sono sentita vicina ad alcuni outsider degli studi geografici, come Eric Dardel, che – dal di fuori dell’ambiente accademico – ha portato un contributo illuminante alla materia. Mentre non so se riuscirò a riordinare le mie idee in qualche modo che possa essere utile, percorro la strada in questa direzione, perché anche se “Mi avvicino di due passi, lei si allontana di due passi. Cammino per dieci passi e l’orizzonte si sposta di dieci passi più in là. Per quanto io cammini, non la raggiungerò mai. A cosa serve l’utopia? Serve proprio a questo: a camminare.” (Eduardo Galeano)

Franco Farinelli in prefazione ci ricorda che, secondo Strabone, i pensatori precedenti all’invenzione della filosofia, pre-platonici, erano geografi, come Anassimandro, Anassimene ed Anassagora.

1. Kant geografo

Il Sacro Romano Impero alla vigilia della rivoluzione francese
Fonte: https://it.wikipedia.org/wiki/Sacro_Romano_Impero

Ancora prima che nel 1820 fosse istituita la prima cattedra ufficiale in geografia, assegnata a Carl Ritter, Immanuel Kant (1724-1804) aveva già inserito la geografia nelle sue lezioni accademiche nel periodo 1755-1796, in modo idiografico (che studia i casi singolari, non i caratteri generali) e corografico (locale, regionale). Dalla visione corografica, intendeva raccogliere informazioni per una visione geografica, ovvero generale e complessiva.

La diffusione della letteratura di viaggio favorì l’apertura della popolazione a questa disciplina, ma alcuni filosofi erano critici riguardo al punto di vista offerto dagli autori. Per Rousseau, i viaggiatori europei non si aprivano ad acquisire e quindi raccontare informazioni culturali e filosofiche sui popoli visitati. Per questo, sulla scorta del pensiero illuministico, vennero in seguito stabiliti modi più scientifici e rigorosi di rendicontare i viaggi.

Kant suddivise il corso accademico in due parti, Geografia fisica e Antropologia, poiché secondo l’Illuminismo lo studio dell’uomo doveva andare insieme a quello dell’ambiente in cui è inserito. Questi insegnamenti intendevano colmare le lacune conoscitive di vaste aree della Terra da parte degli europei, con lo scopo illuministico di favorire il conseguimento dell’autonomia di pensiero individuale

Il cittadino tedesco era in un momento storico in cui poteva considerarsi più cosmopolita di altri, grazie all’assenza di uno stato centralizzato come in altri casi europei e alla presenza di uno stato frammentato in unità locali differenti su basi politiche e culturali. Più che spettatore passivo era abitante attivo. Oltre all’apertura mentale, il cittadino borghese che vuole essere cittadino del mondo necessitava di una base di conoscenza teorico-pratica, come quella del percorso didattico tenuto da Kant. Tale geografia non è per Kant una scienza, un ambito che raccoglie la totalità dei fenomeni di pertinenza, ma una raccolta di descrizioni che mira a stimolare la curiosità individuale di raccoglierne altre (Wanderlust).

Il viaggio è visto come arricchimento conoscitivo se è basato su un piano, se presuppone alcune conoscenze prima del suo svolgimento, un progetto per sapere cosa osservare (una “architettonica”, secondo Kant). In termini attuali, si potrebbe interpretare questa modalità come contraria al fast-travel e favorevole allo slow-travel. I modelli conoscitivi induttivo-empirista e deduttivo-razionale non sono considerati in contrapposizione, ma in relazione di generazione l’uno dell’altro. La geografia viene considerata a metà strada fra i due modelli.

Nell’esperienza si trova ciò di cui si ha bisogno solo se si sa in anticipo cosa cercare.
(ivi p. 46, I. Kant)

Un esempio di tema di studio che interessò Kant fu quello dei terremoti. L’argomento evidenziava l’utilità sociale dello studio scientifico della natura. Adesso si potevano realizzare degli interventi per prevenire i disastri prodotti dai terremoti, l’uomo poteva essere attore dell’attenuazione del rischio, controllare la natura, e non come in precedenza solo subire passivamente qualcosa che era considerato come un castigo divino fuori dal controllo umano.

Rink fu l’allievo incaricato da Kant di raccogliere il materiale delle sue lezioni nel manuale di “Geografia fisica”. Le tre parti da cui è costituito riguardano: 1. geometria e moto della Terra; 2. idrografia, orografia, atmosfera, biosfera; 3. curiosità locali (anche pregiudizi).

Nella classificazione delle specie vegetali e animali si riscontra l‘approccio geografico di Kant alla conoscenza del mondo, che a differenza del modo operato da Linneo, considera fondamentale l’ubicazione e la distribuzione geografica degli oggetti di studio.

Riguardo alla cartografia, Kant ha un punto di vista critico, perché la considera un mezzo mnemonico e passivo di conoscenza, in cui non è inserito il soggetto umano e pertanto non può essere stabilita una relazione con il territorio rappresentato.

2. Hegel e la “geografia dello spirito”

Evoluzione della mappa del mondo conosciuto (vedi link per i periodi antecedenti e successivi)
Fonte: http://www.openculture.com/2019/07/the-evolution-of-the-world-map.html

Hegel (1770-1831) sostiene che la distanza spaziale fra i luoghi sulla Terra corrisponde a una distanza temporale del differente sviluppo delle popolazioni che vi abitano. Secondo Hegel, lo spirito del mondo si evolve in ciascuna area verso una forma più elevata. L’Europa è vista come il luogo più evoluto rispetto alle altre zone, che pertanto sono considerate “esterne” e non presentano ancora interesse sufficiente ad essere incluse nella carta del mondo. Per gli europei sono luoghi da esplorare e colonizzare.

Prima del positivismo, filosofia e scienza erano considerati ambiti di studio collegati. La scienza indaga la natura per unificare la connessione fra i fenomeni matematici e spirituali della Terra come organismo vivente. Secondo Ritter, la geografia aveva l’obiettivo di ricercare una visione d’insieme, una teoria delle relazioni dello spazio terrestre, ottenuta componendo lo studio della morfologia terrestre a quello del movimento degli uomini nello spazio. Anche per Ritter la cartografia era una fonte d’informazione lacunosa, perché mancava dell’elemento umano contestualizzato nel territorio.

Hegel rileva uno stretto rapporto fra spazio e tempo, natura e spirito. Il contesto che collega questi concetti è il substrato geografico, che contemporaneamente determina ed è determinato dalle particolari declinazioni locali in cui si realizzano i modi di vita, le abitudini, le culture dei popoli. La natura è vista come l’elemento da sottomettere per permettere lo sviluppo della storia (spazio <–> tempo); pertanto nei luoghi in cui il substrato geografico è sfavorevole, ovvero la natura è troppo forte, il progresso umano è ostacolato.

Per Hegel, il luogo ideale per lo sviluppo dello spirito libero sono i paesi che si affacciano sul Mediterraneo, intorno a cui ruota la storia mondiale. I contrasti geografici non sono stridenti e il mare favorisce commercio ed esplorazioni, quindi libertà e progresso sociale. La libertà spirituale a cui si riferisce Hegel è quella interiore di stampo cristiano. L’America procede a svilupparsi, ma a uno stadio precedente; il settentrione è visto come troppo sconfinato per creare le condizioni di germinazione di una borghesia cittadina come quella europea (dominio dello spazio), mentre la parte meridionale è abitata da popolazioni autoctone troppo legate alla natura per poterla controllare (dominio della natura). Situazione analoga è quella dell’Africa centrale, altopiano dove flora e fauna sono predominanti. L’uomo africano è considerato da Hegel assoggettato alla natura e privo di spirito libero, che ritiene che maturerebbe in condizioni di schiavitù, considerata un’ingiusta imposizione, ma da eliminare in modo graduale di pari passo all’acquisizione della coscienza di spirito libero. L’Asia si differenzia fra grandi pianure fluviali, con terreni fertili e popoli aperti ed evoluti, e grandi catene montuose, con un territorio più arido e popoli che cercano contatti con le pianure interne, al contrario della spinta europea verso l’esterno.

La corrente storiografica dei Subaltern Studies, sulla scia di Gramsci e Soja, si sofferma sulla rilettura della storia coloniale e postcoloniale indiana da un punto di vista non più eurocentrico, ma locale. La critica a Hegel riguarda due filoni. 1. Il determinismo geografico afferma che lo sviluppo di una popolazione dipende dal territorio in cui abita, cosa che si può leggere sia come limitazione della libertà dell’evoluzione di un popolo, sia come limitazione della libertà di “non evoluzione” di un popolo, ovvero, secondo questo principio, nessun popolo sarebbe libero di svilupparsi in modo indipendente dal territorio su cui insiste, a differenza di quanto sostiene Hegel riguardo al primato dello spirito libero europeo. 2. La prospettiva di Hegel è etnocentrica. L’uomo europeo è stato scelto a modello di spirito libero ed evoluto in modo arbitrario. L’operazione che fa attribuire a Hegel la misura della libertà dello spirito di un popolo è una semplice valutazione della distanza rispetto a quello che è stato identificato come centro del mondo, ancora arbitrario. E’ semplicemente un modo conservatore di vedere, per cui ciò che è nuovo e poco conosciuto genera diffidenza.

3. Marx e la globalizzazione

Il Land grabbing, pratica di accaparramento della terra nei paesi in via di sviluppo da parte di soggetti stranieri
Fonte: https://polyp.org.uk/cartoons/wealth/polyp_cartoon_Land_grab_farmers.jpg

Gli studi di Karl Marx (1818-1883) sono stati riconsiderati per comprendere e risolvere i problemi collegati alla globalizzazione incorsi negli ultimi decenni.

Dapprima, alla fine del XIX secolo, il marxismo venne rispolverato per lo più in chiave umana e sociale, senza quindi considerare gli elementi spaziali e naturali collaterali.

In seguito, in periodo di contestazione giovanile del XX secolo, gli studiosi di geografia riprendono in mano le teorie marxiste, in virtù del loro carattere pratico e finalizzato ad una trasformazione attiva, per infondere nuova linfa ad un sapere accademico che stava diventando chiuso e statico, scollegato rispetto ai nuovi problemi globali, di tipo sociale, politico, economico ed ecologico. Questa geografia radicale indaga il carattere dinamico dei fenomeni, le relazioni fra sfruttamento e dominazione, fra economia, politica e società. Alcuni filoni di questi studi approfondiscono la giustizia sociospaziale (Lefebvre), le scale dello sviluppo economico e il rapporto fra centro e periferia (Soja).

Negli anni 80, la crisi economica e il neoliberismo statunitense e britannico, con la riduzione del Welfare e la deregulation del mercato, segnano l’avvio del periodo postmoderno. La corrente marxista rileva che la dimensione spaziale prende il sopravvento rispetto a quella temporale nella quotidianità, nel linguaggio e in genere nella società (spatial turn), dove lo spazio non è inteso in senso puramente fisico, ma  come luogo di incontro di processi politici, economici e sociali.

Il modo di produzione della vita materiale condiziona, in generale, il processo sociale, politico e spirituale della vita.
(ivi p. 84, K. Marx)

Secondo la teoria dei modi di produzione (mdp), le forze produttive sono le materie prime e le tecniche per lavorarle e i rapporti di produzione sono quelli organizzativi fra gli uomini, anche fra classi, secondo gli obiettivi specifici che perseguono. In ambito geografico, si può leggere in tale schema una parallela teoria dei modi in cui il territorio viene modificato, e in particolare un passaggio da spazialità a territorialità.

Marx affermava che l’insieme dei rapporti di produzione è la base che determina la sovrastruttura giuridica, politica e la coscienza sociale. Nel tentativo di delineare un modello generale di evoluzione dei modi di produzione, Marx aveva individuato alcune fasi tipiche. I mdp precapitalistici erano sistemi in cui la produzione era calibrata ai bisogni degli uomini, pertanto il fine era l’uomo e non la produzione stessa. I mdp capitalistici sono finalizzati al consumo, e le conseguenze nello spazio sono la mercificazione e il consumo del territorio, rompendo il legame che c’era fra lavoro e luogo, economia e territorio. La teoria marxista prevedeva che l’evoluzione successiva di questo stato fosse quella del regno della libertà, la società senza classi. A metà del XIX secolo, la crisi economica pare dare ragione alle previsioni di Marx, secondo cui quando il conflitto di classe avesse assunto una portata globale, il sistema capitalistico sarebbe naturalmente crollato sotto il peso delle proprie contraddizioni. Condizione necessaria per il passaggio al modo successivo era però che il capitale distruggesse i rapporti non-capitalistici di produzione locali, sostituendosi ad essi. Dapprima Marx vede positivamente il modo in cui il capitalismo – pur con tutti i suoi mali – rivoluziona la civiltà, mentre in seguito coglie che il colonialismo e le altre modalità in cui si attua distruggono la base materiale per lo sviluppo delle forze produttive. (CAPITALISMO distrugge le SOCIETA’)

Il capitalismo si manifesta intorno al 1860. La borghesia persegue la missione “geografica” di spingere il capitale oltre i confini, verso lo spazio globale. Non c’è più uno spazio esterno sconosciuto, nel quale sconfinare per ampliare la propria area di influenza. Il passaggio è dalla mondializzazione alla globalizzazione. Nella prima situazione, erano presenti spazi separati fra loro, singole economie-mondo, mentre in seguito l’orizzonte si è ampliato a livello globale, in un’unica economia-globo. Nella realtà, è successo che l’economia-mondo europea ha prevalso sulle altre, imponendosi come economia-globo.

Al contrario di Hegel, che sostiene la distinzione fra dentro e fuori, Marx osserva che il capitale ha compiuto la sua espansione a livello di globo e non ci sono più aree economiche interne ed esterne. Questo avviene comunque con alcune differenze fra le economie locali. Europa, America settentrionale ed Asia orientale sono considerate aree attive, che originano i flussi transnazionali. America meridionale, Africa settentrionale ed Europa orientale rappresentano aree passive di decentramento produttivo. Altre aree sono escluse dallo scenario economico, a causa di uno scambio ineguale in cui pagano le merci d’importazione a prezzi molto più alti di quelli a cui vendono le proprie materie prime. Questo processo non fa altro che ampliare l’accumulo di capitale nelle economie dominanti e il sottosviluppo in quelle escluse. In questo modo, Marx ha fissato una teoria critica della globalizzazione, leggibile anche in ambito geografico per comprendere i meccanismi di esclusione sociospaziale e le contraddizioni ecologiche territoriali. La globalizzazione ha portato il capitalismo allo stadio di saturazione, perché la sua tendenza naturale ad annettere continuamente nuovi spazi, in un ottica di sovrapproduzione, ovvero di crescita superiore alla capacità di consumo, non può più essere soddisfatta in uno spazio globale finito. (CAPITALISMO distrugge le ECONOMIE)

Possiamo ricondurre a tre filoni le cause della globalizzazione del capitale secondo Marx:

  1. fattori di compressione spazio-tempo; accumulazione di prodotti di tutti i paesi, nascita di una letteratura mondiale, sviluppo di mezzi di trasporto e comunicazione,
  2. fattori scientifico-tecnologici; sviluppo di mezzi di trasporto e comunicazione,
  3. fattori geopolitico-economici; espansione del cerchio di circolazione della produzione e del commercio, concorrenza, schiavitù, colonialismo.

In tutto questo processo, il territorio varia in funzione delle necessità del mdp contingente. In parte, Marx riconosce nella natura un elemento che influisce sull’evoluzione dei mdp, e in altra parte ne osserva e critica la deturpazione conseguente alla sua mercificazione. (CAPITALISMO distrugge i TERRITORI)

Dato che gli effetti negativi della globalizzazione distruggono le economie, i saperi e i territori locali, la lotta di classe si trasforma nella lotta dei luoghi, nel passaggio dalla difesa della coscienza di classe a quello della coscienza di luogo. La geografia in chiave marxista rileva che sono i fattori sociali a determinare le disparità territoriali, e non quelli fisici e geometrici (–> superamento del determinismo geografico). Il territorio è la vittima da difendere, attraverso la modifica dei fattori sociali ed economici che vi incidono. Il capitalismo “cancella le identità locali laddove esse non offrano garanzie di maggiori e prolungati profitti” (ivi p. 106), sfociando anche nel land grabbing, l’acquisto di enormi appezzamenti da parte delle multinazionali occidentali per praticarvi l’agricoltura intensiva, accompagnato dalla relativa dotazione infrastrutturale anch’essa impattante sulle aree interessate. Il processo è analogo a quello di accumulazione originaria del mdp capitalistico, che attua la separazione del produttore dai mezzi di produzione, definito da Marx il “peccato originale” del capitale, perché priva la gran parte delle popolazioni locali dei mezzi di sussistenza e le mette in condizioni di ricorrere a mezzi di fortuna per la sopravvivenza. Quando il valore dei luoghi è ridotto al loro valore di scambio economico, occorre recuperarne il reale valore con forme di gestione democratica volte a promuoverne la coscienza di luogo, ovvero la consapevolezza di una comunità del modo in cui il patrimonio collettivo territoriale garantisce la riproduzione biologica e sociale della comunità stessa.

Se, infatti, il capitale supera tutte le altre forme di produzione per efficacia produttiva, il prezzo da pagare per tenerne in moto la macchina – la distruzione delle peculiarità identitarie, ambientali e paesaggistiche dei contesti socioculturali locali – è fin troppo alto. […] Laddove si sostituiscano alla gestione collettiva delle risorse locali, queste pratiche hanno conseguenze nefaste sulla biosfera e contemporaneamente sulla sociosfera: monocolture e deforestazioni producono sprechi e inquinamento, cancellano colture e culture impoverendo le comunità locali, in sintesi distruggono le condizioni stesse di esistenza di alternative, risultando inefficienti e dannose perché nel lungo periodo richiedono costi che sono più elevati dei benefici che nel momento se ne possono trarre.
(ivi p. 107-108)

4. Il paesaggio come categoria logica della descrizione geografica e della riflessione filosofica

“La condizione umana” (1933, René Magritte)

Sant’Agostino considerava il paesaggio come elemento di distrazione dal pensiero spirituale. Al contrario, per Kant, la contemplazione del paesaggio permette all’uomo di ritrovare sé stesso, se si apre la mente alla lettura e all’interpretazione dei suoi segni. In particolare, nel romanticismo si integrano fra loro lo sguardo artistico e quello scientifico, in termini non conflittuali ma dialogici, attribuendo nuova importanza alla visione scientifica del mondo. Humboldt (1769-1859) sviluppa questo filone e si concentra sul paesaggio come oggetto di conoscenza scientifica del mondo, la cui ricerca delle leggi che ne descrivono il funzionamento non confligge con l’ascolto delle sensazioni che gli aspetti qualitativi e soggettivi trasmettono, anzi, ne amplia il quadro conoscitivo che ne deriva. Allo stesso modo, le descrizioni scientifiche accrescono la conoscenza della natura, amplificando il piacere che discende dall’approccio sensibile alla stessa.

Quest’analisi parallela degli aspetti razionali e di quelli sentimentali del paesaggio porta a cogliere che essi esprimono il carattere unitario della natura, in cui convergono gli attributi comuni e le relazioni fra i fenomeni terrestri. Mentre per Humboldt le vedute paesaggistiche sono caratterizzate dal limite di non ricomprendere l’esperienza personale dal vivo, il concetto di paesaggio rappresenta il mezzo di raccordo fra le molteplicità e il tutto, fra i livelli locale e globale, il luogo in cui si realizza l’immagine del mondo.

Secondo Georg Simmel (1858-1918), nella sua Filosofia del paesaggio, è possibile cogliere il senso del paesaggio solo grazie al distaccamento che lo sviluppo economico ha operato fra la vita quotidiana e la natura, la quale è vista in modo più cosciente rispetto al passato in cui si viveva immersi al suo interno. Il paesaggio è un elemento autosufficiente ritagliato dalla realtà, come un’isola. Al contrario di Humboldt, Simmel ritiene le rappresentazioni paesaggistiche (come si possono considerare anche le cartografie) più complete dell’esperienza dal vivo, perché contengono la riflessione personale sull’esperienza sensibile.

Il paesaggio è la natura vista attraverso il filtro delle idee e dei valori.
(ivi, p. 129, H. Lehmann)

Anche per Paul Vidal de la Blache (1845-1918) la lettura del paesaggio costituisce un’azione fondamentale per la sua comprensione. La superficie terrestre è il substrato su cui vengono impressi i segni fisici e antropici da interpretare, che determinano la fisionomia del paesaggio visibile e non. I due momenti necessari alla lettura del paesaggio sono l’analisi e la sintesi. L’analisi cerca le caratteristiche distintive, si avvale dell’osservazione, approfondisce l’evoluzione della morfologia, anche attraverso le fotografie. La sintesi è volta a coordinare gli elementi osservati e a farli convergere in una riflessione unificante, una descrizione ragionata che fornisce più informazioni di quelle ottenute guardando il paesaggio dal vivo o in fotografia. Così come la visione paesaggistica va interpretata, la carta va spiegata, per condurre a stabilire un legame fra i tratti che costituiscono un paese (nazionalismo francese), ancor prima fisici che politici, o, qualora disomogenei, riconosciuti in modo forzato in simboli immateriali.

Lo sviluppo economico e il suo impatto sul paesaggio hanno condotto a riflessioni pessimiste e ottimiste al riguardo. Claude Raffestin (1936-…) ritiene che il paesaggio sia l’immagine di una realtà che non esiste più, che rivela solo gli eventi che hanno contribuito al suo stato attuale, un po’ come il cielo stellato che mostra un fotogramma dell’universo relativo a un momento molto antecedente rispetto a quello di osservazione. La crescente attuazione di operazioni di pianificazione territoriale sta aumentando la corrispondenza fra come si vorrebbe il paesaggio e come è in realtà; l’immagine che si osserva non è più quella degli eventi che hanno generato il paesaggio in modo graduale, ma quella di uno stravolgimento repentino del territorio, con conseguenze negative anche sul piano ambientale. Per Massimo Quaini (1941-2017), invece, quando il paesaggio manifesta le conseguenze del maltrattamento umano nei suoi confronti esprime la sua materialità e attualità, e proprio per questo induce a intervenire in modo attivo per evitare ciò, tramite la valorizzazione delle identità e dei saperi locali e la promozione del suo valore “conviviale”.

5. Abitare il mondo: HeideggerDardelLe Lannou

La “tecnosfera”, strato tecnologico che avvolge la superficie terrestre
Fonte: https://curiosity.com/topics/earths-manmade-technosphere-is-massively-heavy-curiosity/

Il punto di vista della scienza, per Martin Heidegger (1889-1976), è incompleto poiché dimentica l’essere, riducendo la natura a un oggetto. L’essere esiste prima che la scienza indaghi il mondo, che è costituito dalla Terra più gli uomini che la abitano. Per restituire all’essere la sua importanza, per Heidegger occorre considerare la sua presenza nel tempo, in un orizzonte storico dinamico.

Prima di tutto l’uomo abita la Terra, poiché esiste; in un secondo momento costruisce le opere umane che trasformano gli spazi in luoghi. La pianificazione territoriale e in generale i processi umani che influiscono sulla superficie terrestre modificano il mondo secondo un’immagine – anche cartografica – che preesiste rispetto al paesaggio reale. In questo modo, si antepone il momento del costruire a quello dell’abitare, distruggendo la storia delle identità locali.

Eric Dardel (1899-1967) in L’uomo e la Terra. Natura della realtà geografica approfondisce le modalità con cui l’uomo si relaziona al territorio, quello in cui abita e gli altri. La sua geografia antepone allo studio scientifico del mondo fisico l’attenzione verso il rapporto fra uomo e luogo, quale scenario in cui si realizza l’esistenza umana.

Maurice Le Lannou (1906-1992) sostiene che l’oggetto di studio della geografia debba essere proprio il modo in cui gli uomini abitano la Terra (geografia umana), interessandosi alle forme locali di interazione fra le comunità e i luoghi (geografia regionale), impedendo che queste vengano omogeneizzate dalla globalizzazione. L’uomo-abitante sta per essere sostituito dall’uomo-consumatore, che usa il territorio come uno spazio geometrico da piegare secondo le necessità economiche contingenti. La pianificazione territoriale è sinonimo di pianificazione economica. Per Pierre George (1909-2006), la tecnosfera è un layer antropico che può migliorare la vita delle persone, ma che la può anche peggiorare nella misura in cui rompe il legame fra gli uomini e i luoghi e riduce l’atto di abitare a un semplice alloggiare.

6. Foucault: per una geografia del potere

Il carcere panottico di Cuba, chiuso nel 1967
Fonte: https://en.wikipedia.org/wiki/Panopticon

Michel Foucalt (1926-1984) è un filosofo sui generis, perché ha affrontato lo studio dei temi di suo interesse partendo da punti di vista diversi e pratici, come la medicina, la psicologia, il diritto, l’economia. Il suo scopo, peraltro, non è quello di definire una teoria generale, ma di analizzare i singoli casi particolari, specchio delle contraddizioni e delle differenze esistenti nella realtà, concentrandosi sul presente.

Foucalt usa spesso termini relativi allo spazio in modo metaforico; in particolare, utilizza concetti territoriali simbolici come substrato su cui avvengono le pratiche di potere.

Definisce “archeologia” l’analisi delle pratiche discorsive in cui si articola il sapere. Non si tratta della ricostruzione cronologica di chi e quando ha avanzato una certa teoria, ma del modo in cui questa si è sviluppata, dall’osservazione empirica all’enunciazione. In ogni ambito della conoscenza, individua l’esistenza di figure epistemologiche (epistéme), che sono le relazioni che stabiliscono quali sono gli oggetti del discorso e qual è il modo in cui se ne parla. L’episteme è un prodotto storico che ha carattere locale, cioè è caratteristico dello spazio e del tempo specifici.

Il geografo, per Foucault, è colui che esercita uno sguardo critico sulle relazioni fra gli elementi osservati, anziché limitarsi a osservarli fini a sé stessi. Il sapere scaturisce da processi di soggettivazione, in base ai quali un soggetto si considera come altro rispetto a ciò che studia, e di oggettivazione, che dettano le condizioni in base alle quali un discorso è legittimato a parlare di un determinato oggetto.

La popolazione rappresenta un insieme di elementi in cui si riscontrano caratteristiche costanti e regolarità. Foucault osserva che lo studio di tali evenienze, attraverso geografia e demografia, permette di acquisire informazioni utili al controllo delle persone e produrre quindi effetti di potere. La biopolitica si concentra sull’analisi di dati demografici e biologici georeferenziati, sfociando nel biopotere (es. razzismo di stato), che agisce suddividendo nello spazio le persone (migranti, malati).

In parallelo all’esame dei discorsi operato attraverso l’archeologia, la “genealogia” si occupa dei rapporti di potere. Sono due operazioni collegate, perché lo sono anche i loro oggetti di studio, sapere e potere; le relazioni di potere si esercitano grazie alle informazioni fornite dal sapere, e a loro volta generano altro sapere. Il potere agisce non solo in modo repressivo, ma crea anche le condizioni per una critica al potere stesso; così si rafforza, perché produce l’effetto positivo di desiderare l’accrescimento del sapere per opporre resistenza al potere, e in questo modo produce sapere.

I rapporti di potere non avvengono solo in politica (geografia politica), ma anche nel quotidiano (geopolitica del quotidiano), per strada, a casa. Foucault aspira all’abbandono del modello del Leviatano di Hobbes, che teorizza e sancisce la nascita del moderno Stato centralizzato, ossia il passaggio dalla pluralità dei sudditi a un unico soggetto politico, dalla varietà dei luoghi a uno spazio omogeneo. L’intenzione di Foucault è opposta, vuole favorire il recupero delle relazioni di potere e della loro storia a livello locale, capillare, periferico, dal potere ai poteri, caratterizzati dalle proprie specificità storiche e geografiche, temporali e spaziali, localizzati in un arcipelago eterogeneo. Vuole spostare l’attenzione dello studio da una scala macrofisica a una microfisica, in controtendenza rispetto a Friedrich Ratzel (1844-1904), che poneva le basi della geografia politica sulla concentrazione del potere nello Stato centralizzato, un potere panottico che vede e controlla tutto simultaneamente, in cui le relazioni sono solo quelle verticali fra alto e basso. Lo studio della realtà vista come frammentata, invece, richiede una geografia delle reti che consideri le relazioni orizzontali fra le isole dell’arcipelago.

Lo studio di Foucault dello spazio si può schematizzare in tre filoni: 1. il collegamento sapere-potere-spazio; 2. lo spazio urbano e la vita sociale; 3. le eterotopie, particolari luoghi reali che funzionano in modo diverso rispetto all’esterno. Lo spazio è il substrato su cui avvengono le relazioni fra sapere e potere, ma è anche l’elemento di collegamento comune e in ultima analisi di motivazione di tali rapporti, attraverso la ripartizione e il controllo degli uomini nello spazio. Questo avviene tanto nelle città, quanto in alcuni luoghi particolari, carceri, scuole, fabbriche, ospedali, cimiteri, teatri, le eterotopie.

Nel XVIII secolo, la città passa dall’essere uno spazio chiuso all’essere uno spazio di circolazione sociale ed economica; il potere deve ampliare la propria sfera di influenza e ricomprendere le marginalità (poveri, malati, criminali), non più escluderle, ma integrarle per controllarle. Nella città si sperimentano le tecniche microfisiche da trasporre a livello macrofisico dello Stato. Questo, a livello urbano, viene effettuato anche con gli strumenti dell’architettura e dell’urbanistica.

Nelle eterotopie, si attua una realtà diversa rispetto a quella degli spazi circostanti, in cui vigono altre regole. La loro fruizione, con la temporanea sospensione delle regole del mondo esterno, è funzionale al mantenimento delle regole stesse, poiché legittima il  luogo in cui esse si possono trasgredire o meno.

Caro Marcello Tanca, hai 2 anni in più di me, per cui mi permetto di darti del tu. Grazie davvero per i tuoi illuminanti approfondimenti. Ti segnalo che nel libro ci sono alcuni errori dovuti a un insufficiente controllo delle bozze; avrei voluto segnalarteli, ma dato che devo studiarlo per un esame e ho una quantità di tempo libero risibile, non posso scendere nel dettaglio e mi limito a questa segnalazione generale, solo come appunto utile e non come critica (chissà quanti errori faccio io in queste mie elucubrazioni digitali…).

Articolo già pubblicato su https://tittiterracquea.wordpress.com/

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