Sotto il sole, contro il vento, in un giorno senza tempo
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Stati murati, sovranità in declino

Tempo di lettura: 13 minuti

“Stati murati, sovranità in declino”, libro di Wendy Brown, 2013, Editori Laterza, Roma-Bari

1. Sovranità in declino, democrazia murata

DMZ (Demilitarized Zone) fra Corea del Nord e Corea del Sud
Fonte: https://www.rte.ie/news/2020/0503/1136305-fire-exchange-north-south-korea/

I muri rappresentano le tensioni che genera la globalizzazione fra reti mondiali e nazionalismi, fra segretezza e trasparenza. Alcuni fra i muri esistenti sono elencati di seguito, ma ne sono in progetto già molti altri:

– fra USA e Messico;

– fra Israele e Palestina;

– fra Sudafrica e Zimbabwe;

– fra Arabia Saudita e Yemen;

– fra India e Pakistan-Bangladesh-Burma;

– fra Uzbekistan e Kirghizistan-Afghanistan e fra Turkmenistan e Uzbekistan;

– fra Botswana e Zimbabwe;

– fra Thailandia e Malaysia;

– fra Egitto e Gaza;

– fra Iran e Pakistan,

– fra Brunei e Borneo;

– fra Corea del Nord e Cina,

– fra Corea del Nord e Corea del Sud, il DMZ (ossimoricamente Demilitarized Zone);

– fra Ceuta-Melilla e Marocco;

– fra Marocco e Sahara occidentale;

– in alcune città, fra quartieri borghesi e ghetti (es. Padova).

La costruzione di muri per delimitare i confini politici presenta alcune caratteristiche paradossali. Innanzitutto, è in contrasto con il crescente desiderio di democrazia e di un mondo senza frontiere. In secondo luogo, costituisce un metodo tecnicamente obsoleto di controllare/arginare i flussi umani, in un’epoca in cui sono disponibili sistemi di controllo e distruzione molto più sviluppati a livello tecnologico. Inoltre, respinge la manovalanza a basso costo, che invece è proprio ciò di cui ha bisogno il modello economico capitalista per sostenersi.

I muri sono intesi a contenere minacce “non ufficiali”; non invasori politici o atti di guerra, ma contrabbandieri, migranti, terroristi, poveri. Rappresentano un elemento finalizzato a riportare ordine laddove non ce n’è più. L’autrice si concentra sul tema della sovranità, per dimostrare che i muri sono stati eretti per sopperire a un calo di sovranità della nazione che li costruisce, intento dichiarato già nel titolo.

Caratteristiche fondamentali della sovranità sono: supremazia (nessun potere superiore); perpetuità (nessun limite temporale); territorialità (limite territoriale).

A erodere la sovranità è stato soprattutto l’ampliamento dello scenario economico; il neoliberismo riconosce come sovrani solo gli imprenditori e sostituisce ai principi giuridici i criteri di mercato; inoltre, il livello globale degli scambi ha accresciuto l’importanza di istituzioni economiche internazionali, a discapito di quelle nazionali.

Il muro è quindi una messa in scena, una spettacolarizzazione, atta a soddisfare la necessità del popolo di sentirsi protetto dalle minacce sopra menzionate, che attaccano l’identità nazionale; fungono più da rassicurazione che da reale difesa. Come l’autrice approfondirà nella parte conclusiva, i suoi “benefici” sono più di tipo psicologico che pratico, infatti nella realtà i flussi di persone non ne sono più di tanto influenzati – per esempio considerando che “l’effetto della barriera sul tasso di immigrazione totale sia irrilevante rispetto al suo brusco calo durante la recessione cominciata nel 2008” (ivi p. 148).

ll muro di Israele è stato costruito per confermare l’occupazione dei territori palestinesi da parte di Israele e sottolineare la separazione fra i due popoli israeliano e palestinese. Il muro non rappresenta un rafforzamento dei confini politici esistenti, come avviene in altri casi, ma intende forzarne il tracciato legale. Il muro divide anche la città di Gerusalemme e frammenta quartieri, terreni agricoli e addirittura università. Fra i frammenti di territorio esistono collegamenti tramite tunnel e strade percorribili solo dagli uni o dagli altri cittadini.

Il muro è definito come provvisorio e riorientabile, in risposta all’emergenza temporanea delle ostilità palestinesi, e il suo tracciato è stato modificato più volte dai vari soggetti interessati, fra cui attivisti e agenti immobiliari. Tale precarietà genera al suo intorno una situazione di sospensione della legalità, che dovrebbe essere limitata alla durata dell’emergenza, il cui protrarsi viene utilizzato come scusa per giustificare la presenza della barriera. La temporaneità del muro quindi rimane solo sulla carta, e anche l’entità degli investimenti spesi è sproporzionata per un’opera provvisoria.

Barriera fra Messico e Stati Uniti presso le dune di Algodones
Fonte: https://es.wikipedia.org/wiki/Dunas_de_los_Algodones

La barriera tra Stati Uniti e Messico fu iniziata a San Diego nel 1990. Alterna tratti con tre file di cemento alte 18 metri a tratti protetti solo da sensori e videocamere, ad altri tratti con semplici blocchi di cemento. Testimonia il paradosso fra il tentativo dei politici di accontentare gli statunitensi che chiedono di impedire l’immigrazione irregolare e gli stessi statunitensi che vogliono acquistare beni a basso costo che possono essere prodotti solo con la manodopera illegale.

L’opera è stata rinforzata dopo l’attentato dell’11 settembre 2001 in un’ottica securitaria, con atti di legge che derogano al quadro legislativo che la reputerebbe illecita. Come nel caso israeliano, si giustifica la sospensione della legalità con lo stato di emergenza.

In realtà, le comunità che abitano nelle vicinanze del muro, non nutrono grande considerazione nei suoi confronti.

costi sostenuti e previsti per la costruzione della barriera sono finora elevatissimi, nell’ordine dei 60 miliardi di dollari in 25 anni, del tutto sproporzionati rispetto alla ridotta funzione di deterrente dell’immigrazione clandestina.

Confini fra Germania Est e Germania Ovest e sua exclave di Berlino Ovest
Fonte: https://www.corriere.it/dataroom-milena-gabanelli/germania-est-ovest-caduta-muro-berlino-costo-riunificazione/

Cosa succede nello spazio che le mura intendono proteggere? Nelle popolazioni che lo abitano, si crea un’idea di coesione contro un nemico comune, si rafforza un’identità locale. L’effetto può diventare il contrario delle intenzioni iniziali di protezione dei valori democratici, finendo per costituire una sorta di prigione in cui lo stato di diritto è sospeso.

I muri costruiti intorno a entità politiche non possono sbarrare l’ingresso a chi sta fuori senza rinchiudere chi sta dentro, non possono dare sicurezza senza fare dell’ossessione securitaria un sistema di vita, non possono definire un “loro” esterno senza produrre un “noi” reazionario.
(ivi p. 34)

2. Sovranità ed “enclosure”

Città fortificata di Palmanova (Udine)
Fonte: http://www.palmanova.it

La recinzione dà l’idea che ci sia un luogo “sacro” degno di essere protetto rispetto al territorio circostante, come le città medievali dominanti rispetto alle campagne. John Locke (1632-1704) afferma che l’appropriazione di un territorio pone il fondamento politico della sovranità dello Stato e quella dell’individuo e le mette in relazione. Carl Schmitt (1888-1985) rileva che il termine nomos esprime la produzione di un ordine politico che parte da una suddivisione spaziale; è la forma spazialmente visibile dell’ordinamento politico e sociale di un popolo. È il fatto di stabilire un confine che rende possibile l’esercizio di una forma di governo al suo interno; al principio del diritto e quindi della società civile, vi fu l’appropriazione di un pezzo di terra.

La definizione del termine sovranità non è fissata in modo unanime. Per Schmitt indica il potere di decisione statuale, mentre per Locke il potere legislativo del popoloKant ritiene assurdo il concetto di sovranità popolare, perché la sovranità ha caratteristiche di indivisibilità, durata e autorevolezza incompatibili con il governo del popolo. Secondo Locke, in una democrazia liberale la sovranità dello Stato può sospendere quella del popolo, ma per definizione se il popolo è sovrano, il suo potere non potrebbe essere sospeso dallo Stato, invece se la sovranità appartenesse allo stato, non potrebbe configurarsi la democrazia. Se il popolo esercita la sua sovranità solo occasionalmente nel corso delle elezioni, la ripartizione della sovranità fra popolo e stato è incoerente rispetto all’assunto che in una democrazia liberale questa sia equa. La sovranità, pertanto, sembra dare luogo ad una situazione antidemocratica, ma allo stesso tempo si configura come l’unico modo per guidare la vita politica di un paese democratico per quasi tutti i teorici della politica (eccetto per es. Giorgio Agamben e Antonio Negri).

Per Schmitt, il compimento della sovranità è indicato dall’ordine ed è attuato con l’eliminazione di ogni nemico da parte del politico. La sovranità politica dello Stato teorizzata da Schmitt si pone al di sopra delle istanze religiose ed economiche, le controlla e le include. Riguardo alla religione, afferma che “tutti i concetti più pregnanti della moderna dottrina dello Stato sono concetti teologici secolarizzati” (ivi, p. 54, C. Schmitt). Già nel “Leviatano” di Thomas Hobbes (1588-1679), la sovranità politica è accostata a Dio nel timore che incute. L’aspetto religioso della sovranità finisce per prendere il sopravvento quando quello politico si fa più incerto e diventa giustificazione per le azioni intraprese da uno Stato. Tale comportamento conduce all’indebolimento della sovranità, perché i confini territoriali delle religioni non corrispondono con quelli politici. Secondo altri teorici, invece, è l’economia ad essere alla base della sovranità, nonostante anch’essa sia slegata dai confini territoriali, e per questo non risponde alla logica schmittiana amico-nemico, ma delocalizza la sovranità a livello astratto e su scala globale, indebolendola naturalmente. Il capitale assume dunque le caratteristiche del divino, onnipotente, illimitato e incontrollabile.

Oggi gli Stati sono diventati mediatori fra i fenomeni globali e la necessità di appartenenza e protezione politica. Poiché la sovranità agisce al di sopra della legge, non è in contrasto con la costruzione illegittima dei muri. Lo Stato compie questo atto illegittimo nel tentativo di controbilanciare una sovranità più grande, quella globale del capitale, come simbolo di protezione psicologica più che di contenimento reale.

Se si pensa (sbagliando) che il crescente numero di rifugiati e immigrati sia da imputare alle frontiere aperte, e se si immagina (sbagliando) che fortificandole si riuscirà ad arginare questa ondata, allora si tende anche a pensare che le frontiere porose sono smagliature attraverso le quali può insinuarsi il terrorismo.
(ivi p. 65)

3. Stati e soggetti

La Terra secondo i Persiani nel VI sec. a. C.
Fonte: “Il libro delle terre immaginate” p. 36, Guillaume Duprat, 2009, L’Ippocampo, Milano

I muri assumono significati diversi a seconda dei momenti storici e degli osservatori, ovvero in base al contesto storico e culturale da cui sono considerati. In quanto architettura dell’insicurezza, enfatizzano l’idea di trovarsi in uno stato di emergenza e per questo autorizzano lo Stato a prendere iniziative eccessive a protezione della popolazione. In alcuni casi, la fisionomia delle barriere è mutata verso un’architettura della sicurezza, con barriere più simboliche e di minore impatto estetico, per rendere l’idea di una nazione non più rannicchiata su se stessa per difendersi dai nemici imponenti, ma calma e sicura nell’affrontarli sul piano politico e infondere analoga sicurezza nei suoi abitanti. Tali diverse declinazioni delle barriere rispondono all’opportunità politica di assecondare gruppi differenti di elettori e accrescerne la (eventualmente diminuita) sovranità sociale e individuale.

La materialità scenografica dei muri è anacronistica rispetto all’evoluzione dei sistemi di sicurezza della società odierna, ma serve a ispirare quel timore reverenziale e quel senso di potenza che si stanno sgretolando. Inoltre, la loro materialità fissa in modo concreto i problemi a cui intendono rimediare, e quindi paradossalmente sottolinea la perdita di sovranità dello Stato che non riesce a risolverli.

I nuovi muri codificano i conflitti cui rispondono, li rendono cioè permanenti e insuperabili.
(ivi p. 83)

Invece di arginare l’illegalità, la alimentano, intanto per via delle deroghe alle leggi per permetterne la costruzione, poi per l’esercizio del controllo attraverso misure eccezionali con militari e polizia anziché misure politiche legali, inoltre perché inducono i cittadini ad azioni – ancorché illecite – per farsi giustizia da soli e sentirsi utili nella gestione della sicurezza, anche più dello Stato, che così vede erosa la sua sovranità.

Resta l’aspetto teatrale delle barriere, una messa in scena che serve a dare un’illusione di ordine, “un attraente conforto politico per una serie di problemi straordinariamente difficili che non hanno facili soluzioni a breve termine” (ivi p. 94, P. Andreas). I muri avallano lo sviluppo di razzismo e violenza. Il fatto di sottolineare la forza della sovranità statuale – sebbene in declino – contribuisce a gonfiare un senso di identità nazionale xenofobo. Nei territori limitrofi ai muri, la violenza – sempre più armata – si fomenta a causa dell’intensificazione dei controlli e delle contromisure della criminalità. La violenza emerge anche dalle logiche neoliberiste secondo le quali le industrie vengono delocalizzate dove la manodopera costa meno, generando povertà dove vengono smantellate e alimentando l’immigrazione, la gestione criminale e i nuovi ghetti dove vengono costruite. Con il neoliberismo, i valori del mercato sovrastano sia la sovranità degli Stati che quella dei soggetti, prevalgono sui princìpi morali e normativi; lo Stato diventa un’impresa e gli individui “granelli di capitale umano” (ivi p. 99). Allora vengono costruiti muri, per ricomporre gli spazi legali cancellati dall’economia globale, ma le criticità indotte dal neoliberismo restano, poiché i muri filtrano la circolazione delle persone ma non del capitale, né delle merci a basso costo come vorrebbero i protezionisti. Le nuove barriere sono chiamate ad avere una funzione più di filtro che di blocco totale, per garantire il controllo di cosa passa e cosa no. I muri rappresentano un’ipocrisia perché:

– sono eretti per contrastare l’illegalità, mentre ne creano di nuova;

– sono eretti per difendere un territorio, mentre possono costituirne un’appropriazione indebita spostando il confine politico;

– creano l’idea di una contrapposizione fra buoni al di qua del muro e cattivi al di là;

– proteggono dagli immigrati Stati che sono stati costruiti proprio dagli immigrati;

– creano l’idea di uno Stato unitario, contro la frammentazione e la fluidità della globalizzazione;

– creano un’idea artificiale di sovranità laddove questa si sta dissolvendo.

4. Desiderio di muri

Fonte: ivi p. 110

I muri, oltre a non risolvere i problemi che tentano di affrontare, a volte li acuiscono. In Israele, la costruzione del muro non ha fermato l’ostilità dei palestinesi, anzi l’ha esacerbata e ha comportato un cambiamento nelle loro tattiche. In California, la compagnia che ha costruito quel tratto di muro è stata multata per l’utilizzo di manodopera clandestina. La difficoltà di movimento costituita dalle barriere porta gli immigrati irregolari a stabilirsi al di là del muro, piuttosto che fare la spola regolarmente a seconda della stagionalità del lavoro; porta inoltre ad escogitare metodi sempre più sofisticati ed organizzati sul modello mafioso per riuscire nel traffico di merci e persone. La costruzione dei muri viene motivata dalla necessità di respingere il terrorismo, ma l’obiettivo non è raggiunto impedendo l’immigrazione irregolare tramite queste barriere fisiche.

Il paesaggio delle città di confine si modifica a causa di queste barriere; la condizione di tranquilla zona periferica è andata perduta: sui tetti delle case sorgono torri di avvistamento dei contrabbandieri, mentre la polizia accende dei fari che illuminano intorno come nelle aree carcerarie.

Il contenimento operato dai muri simula e simboleggia quello delle pareti di casa, del ventre materno, della famiglia; è un’esigenza di salute mentale a richiederlo, laddove la sovranità dello Stato non ispiri più questa garanzia. Creano l’illusione ottica di una grande famiglia da proteggere e circondare con un segno grafico che ne riconosca l’identità unitaria, ormai sfumata. In questo immaginario, la sovranità agisce come elemento maschile che protegge la nazione femminile rendendola impenetrabile grazie ai muri. Niente di nuovo, dato che “nell’età della scoperta e della costruzione degli imperi coloniali, il corpo muliebre diventava anche la metafora di un territorio da esplorare e conquistare” (“Cartografia morale”, p. 192, G. Mangani).

Al di fuori si lasciano coloro che vogliono assalire lo Stato per impossessarsi di ciò che a loro manca: risorse, prosperità, lavoro, democrazia, tranquillità, stile di vita. Gli assalitori sono riconosciuti come barbari che attentano alla virtù e alla civiltà degli abitanti del territorio protetto. Non si considera che le situazioni di entrambe le parti non sono determinate in prima persona dalle popolazioni che vi insistono, e si ritengono essere all’esterno gli unici colpevoli di tale status quo, negando le responsabilità politiche della parte “virtuosa” che si trova al di qua. Il muro funge da schermo visivo/psicologico per non mostrare cosa c’è di là e per non far pensare al perché esistano tali disuguaglianze, che minacciano il senso di identità.

Freud sostiene che le difese vengono alzate in risposta all’angoscia per qualcosa di penoso. […] L’Io finisce per essere definito, e non semplicemente protetto, da queste difese.
(ivi p. 131-132)

I muri costruiscono l’immagine dell’immigrazione come un’invasione e non come lo svolgimento della globalizzazione. Additano un falso problema per distogliere da quello vero dell’indebolimento della sovranità statuale, dell’identità nazionale e della potenza economica sulla scala globale in cui adesso si confrontano, nel tentativo di preservare un passato idealizzato ma, appunto, superato.

Alcuni aspetti che non mi sono piaciuti del libro:

– decretare quali sono i motivi per cui avvengono certi processi, senza considerare che potrebbero concorrere altri motivi non analizzati;

– non aver parlato della Corea del Nord;

– le interessanti riflessioni finali di derivazione psicologica, mi sono sembrate poco sviluppate; avrei ampliato l’orizzonte della conclusione in cui si osserva un contrasto fra elementi maschili e femminili. Questo mi ha portata alla rivelazione improvvisa che in realtà TUTTA la questione analizzata dal libro si possa leggere in chiave maschile/femminile. In particolare, tutta questa vicenda dei muri nasce dai maschi, è stata ideata e concepita dai maschi, per tenere al di là o al di qua del muro altri maschi. Se la sovranità politica e quella popolare fossero in mano a donne, nessun muro sarebbe stato eretto, e non sarebbe nemmeno sorto il desiderio di arginare eventuali afflussi di donne fra un confine e l’altro. Non che non esistano donne criminali o contrabbandiere, ma il fenomeno è talmente più ridotto che non avrebbe generato la necessità di arginarlo con muri quali quelli installati oggi. Poi, se tutte le costruzioni sociali fra uomo e donna fossero completamente ribaltate, si potrebbe supporre che i ruoli maschile e femminile si sarebbero solamente invertiti e le cose sarebbero andate nello stesso identico modo di adesso, ma qui mi fermo perché non penso che sia possibile immaginare nel dettaglio tutti gli elementi di tale situazione. Hic sunt leones, per restare in tema di metafore geografiche.

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